Italo Svevo, pseudonimo di Aron Hector Schmitz, fu uno scrittore e drammaturgo italiano, tra i massimi esponenti del Modernismo. Nato a Trieste, all'epoca parte dell'Impero Austro-Ungarico, da padre tedesco e madre italiana, Svevo condusse una doppia vita: quella di uomo d'affari, dirigente dell'industria di vernici "Veneziani", e quella di scrittore, attività a cui si dedicò con passione ma senza immediato successo. La sua opera è profondamente influenzata dalla sua origine triestina, crocevia di culture, e dalle teorie di Freud e Schopenhauer. Le sue prime opere, "Una vita" e "Senilità", passarono quasi inosservate. La svolta avvenne grazie all'amicizia con James Joyce, che lo incoraggiò e lo fece conoscere ad altri intellettuali europei, tra cui Eugenio Montale in Italia. La sua fama postuma è legata principalmente al capolavoro "La coscienza di Zeno", pubblicato nel 1923.
«La vita non è né bella né brutta, ma originale.»
«A mezzogiorno il malato d’amore è malato anche di fame.»
«Forse, la più grande consolazione che deriva dalla psicanalisi consiste nel fatto che per suo mezzo si giunge a trovare una ragione e uno scopo a tutti i fatti ed è come se essa sostituisse la divinità o il fato.»
Lo stile di Svevo è caratterizzato da una prosa ironica, analitica e introspettiva, che scava nelle profondità della psiche umana. Utilizza un linguaggio apparentemente semplice ma denso di significati e sfumature, spesso infarcito di triestinismi e germanismi, che riflette la sua origine bilingue e la sua formazione. È maestro nell'autoanalisi e nella rappresentazione dell'"inettitudine" dei suoi personaggi, spesso intellettuali borghesi incapaci di affrontare la vita con determinazione. L'uso del monologo interiore e del flusso di coscienza anticipa molte tecniche narrative moderne.