Natalia Ginzburg (nata Levi) è stata una delle più importanti scrittrici italiane del Novecento. Nata a Palermo nel 1916 da una famiglia di intellettuali ebrei antifascisti, trascorse l'infanzia e la giovinezza a Torino. Sposò l'editore Leone Ginzburg, che morì in carcere a Roma nel 1944 a causa delle torture fasciste. Questa tragica perdita segnò profondamente la sua vita e la sua opera. La sua carriera letteraria iniziò negli anni '30, ma la sua notorietà crebbe nel dopoguerra. Oltre alla scrittura, fu attiva nell'editoria, lavorando per Einaudi, e in politica, diventando deputata indipendente nel 1983. La sua scrittura, spesso autobiografica, esplora la quotidianità, le relazioni familiari e l'impatto della storia sulle vite private. Morì a Roma nel 1991, lasciando un'eredità letteraria di grande spessore e sensibilità.
«Le donne che hanno qualche intelligenza, o hanno mariti scemi, o non hanno mariti. Le donne con mariti che non sono scemi, sono loro sceme, oppure li odiano.»
«Non si dice mai quello che si vuole dire, e quello che si dice non è mai vero.»
«La guerra distrugge ogni cosa e mescola tutte le cose, e mescola le persone, le rimescola e non si sa più chi è chi.»
Lo stile di Natalia Ginzburg è caratterizzato da una prosa limpida, essenziale e apparentemente semplice, ma capace di scavare in profondità nell'animo umano. Usa un linguaggio quotidiano e colloquiale, privo di retorica e ornamenti eccessivi, che la rende estremamente accessibile. La sua scrittura è spesso asciutta e malinconica, intrisa di una sottile ironia e un lucido disincanto. Si concentra sui dettagli della vita domestica e sulle dinamiche familiari per riflettere su temi universali come la memoria, la solitudine, la perdita e la difficoltà di comunicare. C'è una forte componente autobiografica e saggistica, anche nelle opere di finzione, che conferisce autenticità e profondità psicologica ai suoi personaggi e situazioni.