Giuseppe Berto (Mogliano Veneto, 27 dicembre 1914 – Roma, 28 novembre 1978) è stato uno scrittore italiano di grande profondità psicologica. La sua vita fu segnata dalla partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale, culminata nella prigionia in un campo di concentramento americano in Texas, esperienza che influenzerà profondamente le sue prime opere. Dopo la guerra, si dedicò alla scrittura, emergendo come una delle voci più significative del dopoguerra italiano. È noto per aver esplorato la crisi esistenziale dell'individuo, il rapporto complesso con la figura paterna e le manifestazioni della malattia mentale, in particolare l'angoscia e la nevrosi. Il suo capolavoro, "Il male oscuro" (1964), è un romanzo innovativo, scritto in uno stile di flusso di coscienza che scava nelle profondità della psiche del protagonista, valendogli il Premio Viareggio e il Premio Campiello. Le sue opere sono caratterizzate da un'introspezione acuta e da una ricerca stilistica audace.
«Bisognerebbe non nascere, e, nati, bisognerebbe non vivere, e vissuti, morire il più presto possibile.»
«La vita, dopo tutto, è un pretesto per altre cose.»
«Non c’è niente di più strano e di più misterioso di un uomo solo, seduto in silenzio, che medita sulle sue ossessioni.»
Lo stile di Giuseppe Berto è profondamente introspettivo e psicologico. Caratterizzato da una prosa che spesso adotta il flusso di coscienza, in particolare ne "Il male oscuro", scava nelle profondità della mente umana, esplorando ansie, ossessioni e traumi. La sua scrittura è al tempo stesso lucida e tormentata, con una precisione quasi chirurgica nell'analisi dei sentimenti. Berto mescola realismo e lirismo, utilizzando talvolta l'ironia e un umorismo nero per affrontare temi complessi, rendendo la sua narrativa densa e coinvolgente.