Federigo Tozzi (Siena, 1883 – Roma, 1920) è stato uno scrittore italiano di cruciale importanza per la letteratura del Novecento, sebbene la sua opera sia stata pienamente riconosciuta solo postuma. Di famiglia borghese, il rapporto difficile con il padre, proprietario di un'osteria, e un'infanzia segnata da incomprensioni e solitudine, influenzeranno profondamente la sua scrittura. Autodidatta e tormentato, Tozzi si dedicò intensamente alla letteratura, affrontando tematiche esistenziali con una prosa scarna ma incisiva. La sua vita fu breve e travagliata, segnata da problemi di salute e difficoltà economiche, culminata con la morte prematura a soli 36 anni per la Spagnola. La sua opera, spesso dolorosa e introspettiva, prefigura tendenze della narrativa successiva, dal realismo psicologico al modernismo.
«La vita è un continuo inganno, una continua menzogna.»
«Non si ama veramente che ciò che si ha paura di perdere.»
«Tutto è vano, tutto è inutile, se l'anima non si purifica.»
Lo stile di Tozzi è caratterizzato da una prosa asciutta, essenziale e diretta, spesso descritta come "scabra" o "nuda". Abbandona gli orpelli retorici per concentrarsi sull'introspezione psicologica dei personaggi, esplorando le loro nevrosi, le loro frustrazioni e il loro senso di inettitudine. La sua scrittura è permeata da un profondo pessimismo e da un'analisi impietosa della realtà provinciale, con un'attenzione quasi ossessiva ai dettagli e ai moti interiori. Spesso utilizza un linguaggio colloquiale e dialettale, pur mantenendo una forte tensione lirica. La narrazione è frammentata, a volte ellittica, riflettendo la complessità e il disorientamento dei suoi protagonisti.